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Ultimo aggiornamento: 19/09/2017
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Prof. Camillo Palmeri

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Jean Paul Professore, la nostra discussione tratterà il mito di fondazione delle città, con particolare riferimento a Palermo.

Prof. Palmeri Il tema della fondazione ‚ un discorso complesso che abbraccia tutto il mondo antico. Il quale si è interessato alle origini dal punto di vista squisitamente religioso. Considerando per• il senso della religione nel mondo antico, completamente diverso del senso odierno. E importante perci• intenderci sui termini. Oggi invocando la religione, facciamo riferimento all'evocazione dello spirituale. Nell'antichità dell'origine delle città, il concetto di trascendenza non è ancora nato. Questo si avvererà da Platone in poi, da quando Platone per cosi dire elabora il mondo delle idee. L'umanità chiaramente esiste già da tanto tempo. Il concetto di religione s'intendeva le società primitive come la coscienza dell'uomo in relazione alla realtà. La parola stessa "religione" viene dal latino "religio", da "relegare", con radice linguistica ancora più remota "leg". In greco quanto in latino, "lego" significa mettere insieme, raccogliere. Per gli antichi quindi, la "religio" era la raccolta di tutte quelle che erano le credenze, ma anche le spiegazioni che l'uomo si dava in relazione al mondo.

L'uomo primitivo si è sempre guardato intorno. Ha visto l'alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, e di tante altre cose. Si è posto il perch‚ delle cose. Oggi la scienza ci da le risposte alle nostre curiosità, e la religione ha cura del nostro spirito. A quei tempi, senza religione ne scienza, l'uomo cerca le risposte alle sue domande nel mito. Le prime religioni appaiono per questi motivi come indagine ittiologica, come ittiologia, ovvero riflessione sulle cause . Dalla parola greca aithion, la causa.
Alcune cause sono legate alla natura, altre invece ai fatti umani. Le riflessioni su tali argomenti precede da tanto tempo ogni periodo storico. Il processo storico caratterizza in effetti chi può razionare. Erodoto è il primo ad avere tale intuizione. Si stacca dalle antiche considerazioni ittiologiche per approfondire un indagine fondamentalmente razionale, quindi scientifica, quindi moderna.
Prima che Erodoto inventa la storia e Platone la filosofia, l'uomo si dava delle risposte tramite la religione. L'indagine eziologica portava anche sulla natura stessa dell'uomo, della sua presenza in tale punto anzich‚ in un altro. E cosi via includeva la curiosità riguardante l'origine del mondo, dello spazio circostante e delle stesse città.
Era un fattore religioso che spiegava allora la nascita di un popolo, o la fondazione di una città.

Importante al riguardo il riferimento all'Eneide di Virgilio che può essere letto in fondo come una spiegazione in chiave religiosa della nascita del popolo romano. Le affinità sono straordinarie con i racconti biblici, Enea e Mos‚ nei panni dei due capi sacerdoti. In ambi i due casi si tratta di fare luce sulla nascita di un popolo.

Oggi l'approccio razionale, scientifico si garantisce di una bibliografia, cioè di uomini che hanno trattato il medesimo argomento, in modo tale di argomentare in una comunicazione indirizzata all'Uomo.
La fonte della verità nell'antichità era il Dio. Fondamentalmente era Apollo che rappresentava ogni sapere divino che era il sapere per eccellenza. I dati storici che conosciamo sono estremamente chiari, nella maggior parte delle fondazioni greche nel Mediterraneo, c'è sempre un oracolo di Delfi. Ogni qualvolta una popolazione si proponeva di migrare, stabilirsi, si premurava di consultare una Sibilla. Si chiedeva all'oracolo chi - dove - come doveva fondare il nuovo insediamento. L'oracolo dava una risposta in base alla quale la popolazione si stabiliva nel nuovo luogo, e legittimava la propria presenza in posti dove magari non erano del tutto graditi.

I Greci si servivano dei loro miti, della loro cultura per giustificarsi in luoghi non greci. Come la Sicilia ove risiedevano delle popolazioni da tempo e con i quali i rapporti non dovevano essere pacifici in un primo tempo. I Greci hanno sicuramente manipolato la loro storia, mettendo a tacere l'aspetto difficile dei loro primi contatti con i nuovi territori. L'impressione dominante tramandata dalla storia da loro stessi elaborata è quella di una fusione senza problema maggiore con le popolazioni indigeni. Difficilmente possiamo credere che non siano esistiti momenti di grande tensione.

La figura della Sibilla è quella di una sacerdotessa. E a tutti gli effetti un medium tra gli uomini e i dei. Oggi la chiameremmo medium. Il dio ha un suo linguaggio, un suo sapere, che non può essere inteso dall'essere umano comune. La Sibilla fa da traduttrice a mezzo di un codice a volta difficile da interpretare. Il codice ovviamente rispecchia il linguaggio del dio. Se l'uomo non capisce, è per un suo limite, non certamente per un limite del dio.
Dovunque ci siano dei luoghi dove il culto stabilisce un rapporto con il dio, ci sono le sibille. Queste sibille assumevano dei nomi particolari in funzione dei luoghi di appartenenza. Particolare prestigio ebbe quella di Delfi nel mondo greco. La si chiama "Pithya" per un motivo particolare: Delfi era un santuario di antichissima memoria, con tracce di santuari risalenti all'età del bronzo e un periodo di particolare floridezza in epoca acheo-micenea. Un luogo quindi lunge dell'essere legato al solo periodo classico, ma assai più antico. Luogo mitico perch‚ considerato un omphalos. Cioè il punto di congiungimento fra il mondo e il divino. E un asse ideale di collegamento tra i tre mondi: quello celeste, quello umano e l'oltretomba. Tale luogo è sacro per eccellenza .
In questi luoghi l'acqua è fondamentale. A Delfi la famosa fonte Kastalia ad esempio. Non meno importanti erano le emanazioni sulfuree, i fenomeni di vulcanismo secondario in genere. L'invasamento delle sacerdotesse che perdevano i sensi durante il rito non era estraneo possibilmente a tale fenomeni. A Delfi in particolar dove è risaputo che nell'adyton del tempio di Apollo esisteva una fenditura del terreno dove la Sibilla collocava il tripode ove fare bruciare degli incensi. Era posto in sostanza proprio su una fumarola. La stessa fenditura era vantata per essere il posto di fuoriuscita del serpente Pitone.
A Delfi si tramandava in effetti che Apollo appena nato da Zeus avesse ucciso un mostro, il famoso serpente Pitone, pithyon in greco. Con questa uccisione, Apollo avrebbe vinto il male, e per questo motivo era definito alexikakos, vincitore del male. L'arma letale era l'arco, Apollo essendo un toxotes, un arciere. E per l'intera vicenda furono chiamati Apollo "Pithyos", ovvero uccisore di Pitone, e la sibille delfica "Pithya".

Se l'omphalos è il centro dl mondo, da un punto di vista razionale non ne può esistere un altro. Invece se ne conoscono altri; anche perch‚ nella mentalità antica, il fatto religioso era legatissimo al territorio con carattere piuttosto locale. Delfi era un centro tra i tanti.
Il luogo che dava questo tipo di suggestione di essere un "centro" generava una sorta di tensione religiosa. Erano questi luoghi di incontri tra gli uomini e gli dei. E perci• sede di oracoli.
Ad esempio un altro omphalos si trovava in Epiro, a Dodona, dove parlava Zeus in persona, non più Apollo. Li erano delle querce enormi, la quercia essendo l'albero di Zeus per antonomasia e l'oracolo interpretava lo stormire delle foglie.

Altro centro fondamentale è Cuma.

Dobbiamo avere in mente che i Greci nello spostarsi ad occidente miravano al controllo del mare ed erano più al sicuro sulle isole che non sul continente ove non sarebbero mancati i pericoli di scontri. Gli Etruschi ed altre popolazioni campane ed italiche sono presenti in questa area. Creano perci• la loro prima colonia su un isola: Pithekusai (Ischia). Venuto il momento di giustificare la loro presenza, i Greci daranno una valenza religiosa ai Campi Flegrei, zona di massima attività vulcanica secondaria. Cuma si trova a poca distanza. Diventerà il nuovo omphalos, punto sacro d'incontri, sede della Sibilla detta Cumana.
L'atto è anche politico e sta a dire: se questo è un altro "centro", un'altra Delfi, allora siamo a casa nostra.
E proprio li che Virgilio colloca il passo importante di Enea accompagnato dalla Sibilla nel altro mondo ove riceverà la visione del futuro imperiale di Roma. Con Virgilio, la Sibilla Cumana è più importante della Sibilla Delfica. I vari omphalos, tutti legati comunque ad Apollo erano collegati simbolicamente tra di loro. Erano distribuite -non a caso- in aree strategiche.
Cosi un altra Sibilla, cosi detta Libica, si trovava in Africa e per l'esattezza nel santuario di Apollo a Cirene. L'unica colonia greca in una Africa in mano ai Cartaginese ed ai stessi Egizi.

A suo turno la Sicilia, terra di frontiera, non poteva rimanere scoperta. Di cui la presenza della Sibilla Cumana a Palermo, ed a Marsala con il nominativo di Sibilla Lilibetana. Questa presenza della Sibilla Cumana sembra diffondersi in un contesto di cultura romana. Se è vero, non ci sarebbe tanto da stupirsi: i romani al contatto del mondo greco si ritrovavano a loro turno nell'obbligo di giustificare la loro presenza in territori più che altro ostili. Abbiamo già visto che tale giustificazione procedeva da una prassi religiosa. Nel rapporto poi con i Greci, i Romani non mirano tanto a dimostrare una loro superiorità quanto la loro uguaglianza. L'intimidazione culturale greca era fortissima. Ricordiamo che i Romani si sveglieranno alla consapevolezza della loro grande potenza dalle guerre puniche in poi. Alla ricerca di una motivazione nobilitante del loro potere, non si potevano soltanto prevalere della loro superiorità militare anche dopo le vittorie sui Cartaginesi.
Ancora una volta è l'Eneide a darci una chiave di lettura essenziale. Alla ricerca di una nuova terra, Enea passa dalla Sicilia. Su indicazione dell'Oracolo di Delfi, costeggia la Sicilia e si ferma addirittura a Selinunte. Virgilio nomina la città e fa dire ad Enea queste parole "palmosa Selinus". All'epoca di Virgilio, probabilmente la città non esisteva più. Quanto non esisteva Lilibeo ove si reca l'eroe subito dopo. Poi a Drepanum (Trapani) al piede del Monte Erice. Li muore il padre Anchise, che verrà sepolto con gran rispetto della tradizione.
Per i Romani, questa è la zona geografica popolata dagli Elimi, di origini troiane. Si ritengono i Romani della stessa stirpe. A punto che Segesta sarà un'alleata di Roma durante le guerre puniche e che le popolazioni Elime, secondo la tradizione, furono risparmiate dai Romani in guerra.
In questo contesto, la Sibilla Lilibetana appare come una legittimazione. Quella di un luogo che per tradizione spetta ai Romani, per origine, per diritto di sangue.
A rinforzare questa forma mentis romana, l'importanza data al culto di Venere Ericina, la Mater dei Romani. Enea ‚ figlio di Aphrodite. Ad Erice si trova un antichissimo luogo di culto orientale di probabile rito mesopotamico . E un santuario tra i più importanti del mondo antico, uno dei tre che praticava la prostituzione sacra. Gli altri essendo Babilonia, e Cipro. Questa ultima, come si sa, terra natia della stessa Aphrodite.
Sono perci• più che sufficienti i requisiti in questa aerea per stabilirvi un omphalos degno dei altri.

Jean Paul Parlando della Sibilla: si dice che operava in condizioni ipogeiche, e sia a Lilibeo che a Palermo in una grotta quadrata. Secondo Lei, oltre alle valenze simboliche ed esoteriche del quadrato, per gli antichi, che cosa significava il riferimento al quadrato ?

Prof. Palmeri Prima di qualunque altra cosa, è un evocazione dell'oikos greco, la domus latina: la casa. In ambiente greco-romano la casa è quadrangolare. Essa ‚ venuta in tempi antichi a sostituire il quadrato alla circolarità della capanna preistorica. Lo stesso edificio di culto è quadrangolare, in una rielaborazione dell'oikos. La sacralità del tempio viene in parte dell'essere definito in base alle quattro direzioni, in quanto costituisce il grande merito del quadrangolo.

Jean Paul a giustificare una città, oltre alla Sibilla, troviamo una figura detta "genius loci", importante per la stessa sicurezza della città. Il popolo non doveva commettere l'errore di divulgare il nome di tale genio, perch‚ se il nemico ne fosse venuto a conoscenza, non avrebbe esitato a corromperlo  a suo favore .
Nel caso di Palermo, il segreto sembra essere stato custodito con serietà se consideriamo che da sempre è la capitale della Sicilia. Ma dal punto di vista dell'infinita litania di dominatori stranieri, magari una certa leggerezza ci sarà stata. Il moto di Palermo tenderebbe ad indicare tale direzione: "Panormus Conca aurea suos devorat alios nutrit".
Ci può dare una Sua opinione sulla figura del Genio ?

Prof. Palmeri E una figura sulla quale non si è fatto mai abbastanza chiarezza. Noi non sappiamo quali sono le sue origini. Cosi come lo conosciamo, le notizie sembrano relativamente recenti. Ho raccolto alcuni appunti per cui ci è d'aiuto quanto pubblicato dal Marchese di Villabianca. In pratica abbiamo la statua del Genio posta in Piazza della Fieravecchia. Sono al meno quattro le effigi del genio a Palermo. Ma questa è la più antica ed illustre.
Questa piazza nasce destinata a mercato sin da tempi remoti. Risulta in un documento del tabulato della Magione del 1290 che questa piazza della vecchia fiera, il 10 gennaio1340, Pietro II d'Aragona concede il privilegio per tale mercato di aprirsi ai generi alimentari. L'accaduto è importante perch‚ impone la presenza in piazza di una fontana. Per tutti gli usi legati a tale attività.
Quando nasce la fontana di preciso non è multo chiaro, comunque è accertato che sin dal 400' una fontana esisteva sovrastata dalla figura di Cerere, dea delle messi, giustamente legata quindi a ci• che si chiamava con un termine dialettale "a grascia", cioè la verdura, gli ortaggi.
Nel 1687, viene portata su questa fontana dal flusso abbondante la statua del Genio di Palermo. Essa esisteva già sul molo della marina vecchia. E viene trasferita quindi per via dei lavori di ampliamento del porto di Palermo. Nel 500' gli spagnoli allargano il porto della Cala, lo dotano di un molo di chiusura imponente e di una lanterna. Ricordiamo che i galeoni non potevano rimanere in alto mare, e per la loro stazza non potevano attraccare nei moli. Rimanevano in distacco, all'ormeggio in rada, e dovevano essere protetti dal mare. Il Genio sul molo stava ad indicare simbolicamente l'ingresso nella città.
Il Villabianca lo descrive in questo modo : "ci appresta seduta sopra un masso di pietra campestre,la marmorea statua dell'antico Genio di Palermo, espressa nella figura di un vecchio coronato duca, con la biscia al petto e coi piedi nudi che tuffa nel bagno della sottoposta conca".
Interessante il Duca coronato, cioè un capo militare, un guerriero.
Ritroviamo il Genio nella fontana del Garrafo, alla Vucciria, davanti alla chiesa Santa Eulalia dei Catalani, vi è una piazzetta di mercato e li c'era una sorgiva e dal 1575 una fontana addossata ad un palazzo. L'acqua scaturiva da una mostra, da uno scenario architettonico. Ancora oggi esiste l'edicola a tre nicchie, le due laterali un tempo occupate da due sante. In quella centrale, la figura del genio di Palermo.
Questa figura del genio si presenta dice Villabianca con "la biscia al petto". La biscia è un serpente d'acqua, e per questo motivo lo troviamo spesso evocato nelle fontane. Ma comunque tali rappresentazioni simboliche nonch‚ la specifica figura dell'anziano barbuto e coronato non sono rintracciabili prima del 500'.
La mia opinione è che il sorgere nel 500' della figura di un Genio a Palermo non sia a fatto casuale. E un caso di legittimazione ancora una volta, riconducibile al fatto che la Sicilia si rende conto di essere ormai dominata. Fino al 400' tutto sommato esisteva un Regno, che ormai non ci sarà più.
Nel De rebus Siculis, il Fazello da un impostazione del tutto nuova alla lettura della storia siciliana. Ancora oggi, i Siciliani mantengono vivo il mito secondo il quale avremmo un popolo siciliano esposto a tutta una litania di dominazioni. Ma poi, in cosa è consistito mai , quando mai è esistito questo famoso popolo siciliano ? la definizione è tutt'altra che chiara, nonostante l'elenco del Fazello è incredibile: dai Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Normanni, ecc. Invasori tutti, con il popolo siciliano  entità neutra che rimane al centro di queste vicende storiche, e attorno al quale ruotano tutte queste dominazioni.
Prima del '500 questa definizione della Sicilia era inesistente. Se prendiamo il periodo di Guglielmo II, c'è da dubitare che si potesse parlare mai in termini di dominazione. Esisteva il Regno di Sicilia, e basta.
La guerra dei Vespri porta ad una coscienza nuova della storia. Quando il Regno di Sicilia perde di consistenza, nonostante il Regno aragonese dei Martino, l'ultima fase di indipendenza che verrà comunque soprafatta, all'interno dalla crescita della potenza feudale, all'esterno dall'ascesa irresistibile dalla Spagna che s'impadronisce della Sicilia come vice-regno. Nel '500 una volta disattese tutte le speranze dei Siciliani, maggiormente dopo la venuta di Carlo V nel 1535, si fa evidente la sensazione della perdita totale di autonomia.
Storicamente il Fazello e Mauro Rico che sono i storici del periodo mettono in rilievo questa sensibilità nuova. Con inconscio intento di giustificare la difficoltà del momento, ecco che in un certo senso legittimano l'accaduto dicendo "siamo un popolo dominato per tradizione".
Nasce allora la figura allegorica del Genio che uccide i suoi figli e nutre gli estranei. Prima del 500, una tale visione è semplicemente inconcepibile.
Non è da escludere per• che una figura di Genio potesse esistere prima di questi eventi, ma con connotati esoterici. Potrebbe, a questo punto, la figura che conosciamo ancora oggi trattarsi di una re-interpretazione in chiave storica.

Jean Paul possiamo allargare un istante la nostra curiosità all'insieme del territorio siciliano ?

Prof. Palmeri A Siracusa troviamo la figura della ninfa Aretusa. A Catania è quella del pastore Acis. A Messina la ninfa Peloria . tutte queste divinità locali sono assimilabili ai Geni loci. Senza dimenticare gli Dei maggiori, Saturno e Rea che ritroviamo nella visione mitologica di Mauro Lica riguardante i due gigante di Messina, Mata e Grifone. Le città siciliane hanno alle loro spalle delle divinità che poi sono anche delle figure civiche. In epoca cristiana, diventeranno i santi protettori.: la Lucia a Siracusa, Agata a Catania, la Madonna della lettera a Messina . in realtà si tratta sempre della medesima preoccupazione.
Palermo da questo punto di vista della tutela cristiana si è trovata spiazzata. La Rosalia arriva tardi. Tutelata da quattro sante, ogni una a protezione di un mandamento, Palermo ospita delle forestiere in sostanza: Agata di Catania, Cristina, Oliva e Ninfa. Nessuna palermitana.
Come capitale Palermo era esposta ad una competizione con le altre città del Regno. Le quali subordinate avevano per• delle sante locali come protettrici. Palermo era in difficoltà da questo punto di vista. E possiamo dire che la scoperta negli anni 1620 della Santuzza fa proprio al caso di questa mancanza di stendardo civico.
Palermo ormai può mettere a tacere Messina, propensa alla ribellione, giustificata in modo superlativo da questa leggenda della Madonna della lettera. Un opera magistrale dei monaci basiliani del monastero di Forte San Salvatore, dove erano i più antichi scriptorium della Sicilia. Ricopiavano gli antichi codici. E questi autorevoli monaci hanno creato uno dei falsi più clamorosi della storia. Difficile accettare un fondo di verità con questa lettera scritta in greco e conclusa nella versione in latino con il famoso " Vos et ipsam civitatem benedicimus" ancora oggi moto della città.
Con un tale simbolo civico, i Messinesi si sentivano capaci di intraprendere tutto. Incluso contendere a Palermo il ruolo di capitale della Sicilia. Va ricordato che per Decreto Regio, il vicer‚ ha l'obbligo, in quei tempi, di risiedere in parte a Palermo ed in parte a Messina con la conseguente perdita di prestigio per l'antica capitale del Regno.
Capiamo bene allora il capovolgimento straordinario dovuto al caso Santa Rosalia. Il trattamento a Lei riservata del Trionfo con il carro del Festino è collegabile a questo contesto politico-culturale.

Jean Paul è interessante ricordare a questo punto che il Festino del 1703 associa allegoricamente le due figure di Santa Rosalia e del Genio di Palermo.

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Prof. Camillo Palmeri

Si laurea in lettere classiche e, successivamente, consegue la specializzazione in archeologia. Collabora con l'allora Museo Archeologico Nazionale (oggi Museo archeologico regionale Salinas) a Palermo. Attraverso un'iniziativa dell'Assessorato ai Beni Culturali e sotto l'impulso del direttore Di Stefano, partecipa ad un gruppo d'intervento per la definizione di un nuovo approccio didattico all'interno del Museo, mirando alla fruizione tematica dello spazio Museale in sostituzione del vecchio approccio collezionistico ottocentesco.

Sceglie poi la via dell'insegnamento senza per• rinunciare alle sue numerose collaborazioni, in particolare come docente di mitologia e cultore del mondo antico.


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